martedì 13 gennaio 2026

Lo Stretto di Magellano

 11 Gennaio: dom

Alle 5:30 dobbiamo essere alla stazione di Punta Arenas perché prima di partire c’è il controllo passaporti. Oggi sarà una giornata lunga di viaggio con passaggio di confine, entriamo in Argentina. 


Dopo 170 km di paesaggio piatto, infinito, quasi vuoto, arriviamo al Faro Punta Delgada, uno dei luoghi più suggestivi e isolati della Patagonia cilena, affacciato sullo Stretto di Magellano.


Si trova su una scogliera battuta dal vento, in un punto strategico dove per secoli sono passate le navi tra Atlantico e Pacifico.

È un faro storico, costruito all’inizio del Novecento. Oggi è automatizzato, ma accanto c’è una piccola estância e un albergo-ristorante molto semplice, famoso tra viaggiatori e motociclisti. Il faro vero e proprio è una torre bianca e rossa, essenziale, senza fronzoli.


C’è un vento fortissimo che non smette mai, sullo Stretto le navi cargo a fatica tengono le onde. Il bus sale direttamente sul traghetto

per l’attraversamento fino a Bahía Azul. Il viaggio dura circa 30 minuti.


Attraversiamo la Tierra del Fuoco cilena con pochissimi centri abitati in un paesaggio di steppa. Sono diverse ore di strada. Dopo il controllo passaporti del Cile c’è quello della parte Argentina e da qui lunghe strade asfaltate. Arriviamo a Ushuaia città piccola, raccolta, tra mare e montagne.


Dopo tante ore di steppa, vedere improvvisamente montagne, boschi e il canale di Beagle fa davvero effetto. Per arrivare qui, nella Terra del Fuoco abbiamo impiegato 13 ore di viaggio. 

Nel 1520, durante la spedizione di Ferdinando Magellano, le navi che attraversavano lo stretto videro numerosi fuochi accesi lungo le coste e sulle colline dell’isola.

Quei fuochi erano dei popoli indigeni, in particolare: Selk’nam (Ona) nell’interno, Yámana (Yaghan) e Kawésqar lungo le coste. Quei popoli accendevano fuochi per scaldarsi dal clima freddo e ventoso, per cucinare, come segnali tra gruppi. Il dettaglio sorprendente per gli europei era che i fuochi erano ovunque e accesi anche di giorno, in un territorio che appariva vuoto e selvaggio.


Per i popoli locali il fuoco era centrale:

vivere senza fuoco lì era impossibile. Magellano chiamò inizialmente la zona “Tierra de los Fuegos” (terra dei fuochi). Col tempo il nome fu semplificato in “Tierra del Fuego”.


Dopo 170 km di paesaggio piatto, infinito, quasi vuoto, arriviamo al Faro Punta Delgada, uno dei luoghi più suggestivi e isolati della Patagonia cilena, affacciato sullo Stretto di Magellano

Si trova su una scogliera battuta dal vento, in un punto strategico dove per secoli sono passate le navi tra Atlantico e Pacifico


C’è un vento fortissimo che non smette mai, sullo Stretto le navi cargo a fatica tengono le onde

Il bus sale direttamente sul traghetto

per l’attraversamento fino a Bahía Azul. Il viaggio dura circa 30 minuti.


Magellano chiamò inizialmente la zona “Tierra de los Fuegos” (terra dei fuochi). Col tempo il nome fu semplificato in “Tierra del Fuego”

Dopo il controllo passaporti del Cile c’è quello della parte Argentina e da qui lunghe strade asfaltate

 Per arrivare qui a Ushuaia nella Terra del Fuoco abbiamo impiegato 13 ore di viaggio

Nel 1520, durante la spedizione di Ferdinando Magellano, le navi che attraversavano lo stretto videro numerosi fuochi accesi lungo le coste e sulle colline dell’isola…

Quei fuochi erano dei popoli indigeni Selk’nam (Ona) nell’interno, Yámana (Yaghan) e Kawésqar lungo le coste. per i popoli locali il fuoco era centrale, vivere senza fuoco lì era impossibile




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